Da Crema Produce n. 1 gen-mar 1989.
Don Marco Lunghi è etno antropologo. Una professione che spesso lo porta in paesi lontani, in stretto contatto con popolazioni primitive di cui impara a conoscere usi e costumi. Don Lunghi parla di questi gruppi etnici con grande rispetto, sfatando luoghi comuni, duri a morire; confrontando manifestazioni di cultura diverse; valori e miti, che mettono a nudo la struttura originaria che ciascun uomo porta dentro di sé.
Una materia, l’antropologia, che tanto è attecchita lentamente in Italia, per un’impostazione crociana della cultura, che non comprendeva fra le scienze umane quelle sociali, tanto si sta affermando con forza oggi.
Con Don Lunghi, docente dall’83 all’Università Cattolica di Brescia, abbiamo chiarito l’oggetto di studio dell’etno antropologia, i suoi metodi ed i suoi scopi. Ne è uscito un quadro quanto mai interessante, non solo per quanto concerne le diverse modalità di organizzazione sociale e umana delle cosiddette culture “altre”, ma soprattutto per talune constatazioni e valutazioni che vengono a toccarci, come vedremo, molto da vicino.
Don Marco, come mai questo suo interesse per l’antropologia culturale?
Sono stato uno dei primi studenti a laurearmi in etnologia, presso l’Università Cattolica di Milano. Mi volevo occupare dei problemi connessi con l’attività missionaria e la laurea in lettere moderne capivo che non mi forniva una preparazione teorica, per affrontare nel migliore dei modi la realtà delle popolazioni a livello etnologico. La mia prima esperienza fu in Africa, sulle tracce dell’antica regalità sacra.
Sacerdote, educatore e studioso, come concilia queste funzioni?
Una scienza, come l’antropologia, che valuta le espressioni spirituali, coglie dell’uomo tutto il suo limite, oltre che la sua ricchezza. La Fede è un ottimo mezzo di illuminazione. Il cattolicesimo risponde alle domande fondamentali che l’uomo si pone. Io, cerco nell’uomo l’archetipo divino.
Che cosa studia l’antropologia, quali sono i suoi metodi ed i suoi fini?
Nell’antropologia si comprendono molte scienze, che danno conto della dimensione in cui l’uomo vive; o proiettato nel gruppo sociale, come nelle popolazioni primitive, oppure più legato alla propria individualità come nelle culture tecnologiche attuali. Nel primo caso, si parla di etnologia, nel secondo di antropologia. L’etno antropologia è una scienza che interpreta le culture e le civiltà dei popoli, focalizzando tutti i livelli da quello economico a quello di costume, attraverso l’osservazione partecipata, vale a dire, vivendo direttamente nella comunità oggetto di studio. L’antropologia spiega il perché di un certo tipo di comportamento. Perché la violenza negli stadi? Che cosa significa per esempio: “Maradona sei tutti noi?”. É una forma di totemismo: la personalità che ci rappresenta. É qualcosa che sta dentro l’uomo primitivo, che c’è dentro di noi; l’uomo originario, autentico che si manifesta sotto espressioni diverse.
Come spiega il successo dell’antropologia negli ultimi anni?
Si tratta effettivamente di un boom. Lo dimostra l’interesse dei giovani, che si specializzano in un numero sempre maggiore in etnologia. Lo confermano le pubblicazioni in materia: c’é l’antropologia dell’ammalato, quella della donna o dell’aviatore.
Come giudica la civiltà occidentale in rapporto ad altre culture?
Quando ci confrontiamo con gli altri, ci accorgiamo di non essere affatto proprietari della cultura. Le popolazioni primitive non sono sprovvedute. Pur non avendo scritto nulla, sono ricche di cultura, che ancora oggi esse hanno da suggerire. Avere della natura, per esempio, quel concetto sacrale che hanno le popolazioni che credono nell’animismo e praticano il feticismo, non è così insolito oggi. C’è chi sostiene che la natura vada tanto rispettata da non essere più utilizzata dall’uomo.
Come si fa l’errore di sfruttare indiscriminatamente ciò che la natura offre, così si fa l’errore opposto di considerare la natura come entità inaccessibile. In realtà l’uomo deve imparare ad essere responsabile dei valori che ha attorno.
La nostra società tecnologica tende ad essere prevaricatrice nei confronti di altre culture, che pure hanno una grandissima volontà di sopravvivere. I Maori della Nuova Zelanda, che ho visitato lo scorso anno, hanno un senso di coesione straordinaria, un’identità ricca di storia. Hanno coscienza di essere lasciati sopravvivere per il turista. Per non parlare degli indiani dei grandi laghi nordamericani, presso i quali ho condotto una ricerca nell’84: sono protetti come in uno zoo. Vivono in case prefabbricate, costruite dal governo americano, e sono lasciati liberi di cacciare, ma il lamento dei capi è unanime. Ci sono dei casi, poi, in cui si assiste ad una vera e propria ecatombe, in nome del progresso tecnologico: gli indios, in Amazzonia nel ‘61 erano 200.000; dieci anni dopo, nel ‘71, 50.000. Verificherò ulteriormente questa situazione in una ricerca sul campo che condurrò quest’anno”.
Quali sono gli errori più frequenti che ancora oggi si fanno nei confronti di questi gruppi etnici primitivi, magari pensando di fare i benefattori?
Per esempio, inviare cibi che, per la loro particolare composizione non sono adatti ad essere tollerati dall’apparato digerente. L’aiuto, il contributo deve essere fatto con criterio, tenendo nel debito conto le condizioni locali. Ecco perché è importante il ruolo dell’etnologo, come intermediario tra coloro che offrono e coloro che ricevono.
Dalle foreste dell’Amazzonia, ai campi scout, lungo il Serio. Che cosa c’é in comune fra queste due esperienze?
Mi occupo degli scout da 25 anni. Per i giovani sono Balù, l’orso saggio che insegna la legge. Tra scoutismo ed etnologia, ci sono parecchi punti di incontro: per esempio, la vita rude, essenziale; il rispetto per la natura e per gli animali, che si imparano a conoscere giorno per giorno; l’esperienza di gruppo, il gioco; il racconto attorno ai fuochi di bivacco, come momento di crescita individuale e della comunità; una lettura delle simbologie che ci circondano per una conoscenza religiosa.
Lei ha viaggiato molto per motivi di studio. Quali episodi ricorda in particolare? Ci sono stati, per esempio, momenti di rischio?
Sono sempre partito, seguendo un progetto di studio preciso, per cui, in grandi rischi, non sono mai incorso. Certo, si vivono esperienze straordinarie. Ricordo una traversata, durante una tempesta in Brasile, a bordo di una piccola e malandata imbarcazione, o viaggi aerei a singhiozzo, lungo le piste della foresta in Nuova Guinea. Non sono stati momenti rilassanti !
Una delle esperienze più particolari, l’ho vissuta nel nord-est della Costa d’Avorio, in piena siccità. Stavo studiando, per la mia ricerca, il popolo Abron ed il 15 agosto, durante la Messa, avevo parlato della Madonna Assunta a queste popolazioni. In mezzo alla foresta, erano venuti tutti: donne, giovani ed anziani e mi chiesero di pregare per la pioggia. Il giorno dopo piovve ed in mio onore sgozzarono un montone. Passai, per gli animisti, come per “facitore di pioggia”, tanto che altri villaggi mi richiesero, rendendosi disponibili a collaborare con me per la mia ricerca. A Erebù, antica capitale dei Re, gli anziani mi accolsero sotto l’albero, che per loro equivale al Parlamento. Celebrata la Messa, l’acqua non si fece attendere. Per ringraziarmi, mandarono doni alla missione, lontana qualche giorno di strada. Non rischiai una terza volta, ben sapendo che il “facitore di pioggia”, se fallisce, può essere anche ucciso. Quello che è importante notare è che queste popolazioni avevano intuito che il mio servizio era rivolto all’Essere Supremo, a Dio, di cui ero l’intermediario: una figura che a loro manca. Essi, infatti hanno i Sacerdoti degli spiriti. Solo antenati e spiriti possono fare da intermediari. La divinità è distante.
È tutta da scoprire, poi, la medicina locale. Se è vero che dal morso dei serpenti non si sopravvive, è altrettanto vero che, inserendo in tempo nella ferita una pietra nera, ci si salva. Ho sperimentato di persona la capacità degli stregoni: soffrivo di coliche renali dolorosissime e ne sono guarito con un infuso di piante.
Quando si arriva fra popolazioni non acculturate, stupisce il senso di ospitalità. Non ci sono, in genere, atteggiamenti di rifiuto o di chiusura, vengono mostrati con compiacimento gli animali che verranno cucinati per l’ospite e, di fronte ad un diniego nel consumare certi cibi, sono comprensivi, se viene spiegata loro la motivazione che ne sconsiglia il consumo. Mai, per esempio, bere la loro acqua. Provoca tremende dissenterie o, addirittura il dolorosissimo “verme di Guinea”. Si spiega perché, a metà ‘800, i primi missionari non vissero più di 6 mesi.
Per poter vivere in queste zone è importante rispettare alcune regole fondamentali: intanto, bisogna mettersi in una diversa dimensione temporale, abituarsi alle lunghe attese, agli interminabili momenti di solitudine. Non bisogna mai uscire dal sentiero battuto, per non incontrare serpenti: così come, di notte, non bisogna allontanarsi dal villaggio, dai fuochi; perché, fuori, è il regno degli animali, anche feroci; là dove, durante il giorno, l’uomo non correva alcun pericolo.
È tutto da imparare il rapporto tra uomo e natura, tra uomo ed animale: della natura e dei doni che essa offre non si deve abusare. In una tribù dell’Amazzonia due anni fa, mi è stata riferita una fustigazione rituale collettiva dopo la caccia. Era un modo per farsi perdonare dagli spiriti della natura l’eventuale eccesso di cacciagione, operato nel corso della battuta.
Il benessere, oggi, è diffuso. Si tratta di un aspetto positivo della moderna società; eppure, troppo spesso, al benessere, non corrisponde una vita serena; anzi, inquietudini, depressioni e devianze sono all’ordine del giorno. Che cos’é che non funziona?
Le cosiddette popolazioni primitive sanno che la nostra vita è più comoda; eppure, non la cambiano con la loro, sebbene accettino medicine, televisioni o radio. Dove va cercato il valore di queste persone? Nel trovare una motivazione ad ogni cosa; nel collegare ogni cosa, ogni azione ad una visione cosmica, integrata. I valori simbolici, per loro, hanno maggiore importanza, rispetto a quelli concreti, materiali. Il nostro dramma consiste nell’aver assimilato il prodotto, perdendo per strada le motivazioni. Noi, oggi, abbiamo delle esigenze valide in sé, a tal punto che c’è chi, non potendo soddisfarle, è tormentato.
Le popolazioni non acculturate hanno più tempo per riflettere…
Lei, insieme all’architetto Edoardo Edallo, ha fondato, una decina d’anni fa, il “Gruppo Antropologico Cremasco”. Qual’è il bilancio di questa attività di studio e ricerca sul campo?
Dieci anni fa, il settore, a Crema, era intonso; se si eccettua quella ricca raccolta di dati etnografici che è “Folklore cremasco” di monsignor Piantelli. C’erano molti spunti che meritavano di essere sviluppati: la fiera di Santa Maria, le immagini della morte, le cappelle, gli ex voto, la cascina. Quest’anno, per Pasqua, stiamo preparando una mostra ed un libro sui Santi locali. C’è ancora molto da studiare, per fare emergere tutti quei valori che appartengono alla nostra tradizione.
Quale ritiene sia la componente più importante dell’attuale società?
Il bisogno di creare una comunità. Crema di una volta era familiare, domestica; c’erano aree per la socialità. Il nostro dialetto ci dà conto della mentalità della gente che lo parlava.
Quale ritiene sia il pericolo maggiore in cui possano ricorrere i giovani, oggi?
Quello di non pensare abbastanza. Di lasciarsi suggestionare; senza andare a fondo nelle cose, per darsi delle risposte. E questo domandarsi il perché dei fatti umani è l’oggetto di studio dell’ etno antropologia.




