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Il disagio giovanile

Di Valentina Dolci, psicologa psicoterapeuta.

Da sempre l’adolescenza viene vista come quella fase di transizione dall’infanzia all’età adulta che provoca una forma di disagio nella persona. Fisiologicamente il giovane, nel momento della pubertà, sperimenta infatti una forte intensità di pulsioni erotico-sessuali che le sue strutture cerebrali non sono totalmente in grado di contenere. Dal momento che la maturazione cognitiva avviene solitamente intorno ai vent’anni, ci troviamo davanti a uno squilibrio: il livello pulsionale risulta eccessivo rispetto al livello razionale. Questo fenomeno è di per sé fisiologico e transitorio.

Nella società contemporanea si assiste tuttavia ad una cronicizzazione del disagio adolescenziale: si resta adolescenti anche al di là dei cambiamenti corporei. Alcuni filosofi moderni ritengono che i giovani stiano male non tanto per ragioni psicologiche, quanto per ragioni culturali: a differenza del passato, oggi il futuro non appare più come una promessa ma come una minaccia. Se il domani viene vissuto come imprevedibile perde naturalmente la sua fonte di motivazione: perché devo studiare e lavorare se niente davanti a me opera da incentivo? Il rischio di questa situazione è che, come afferma (per esempio) il filosofo Umberto Galimberti, ci si fermi a vivere, “l’assoluto presente”: si vive solamente adesso e senza uno sguardo al futuro, perché un simile sguardo produrrebbe angoscia. Alcune responsabilità nella diffusione di questo nuovo disagio adolescenziale sono a carico della famiglia e della scuola.

Quando sono molto piccoli i bambini devono sviluppare mappe cognitive ed emotive per poter stare al mondo. Inizialmente nascono senza regole e pian piano acquisiscono la ragione sulla base di relazioni di causalità. Attraverso le domande, tipiche della “età dei perché”, i bambini danno un senso e un ordine al mondo. Occorre sempre assecondare il domandare infantile, perché risulta funzionale alla crescita. Purtroppo talvolta, per mancanza di tempo, i genitori sottovalutano questo bisogno e non rispondono ai figli. Questo atteggiamento, se protratto, rischia di determinare un sentimento di frustrazione ed una perdita di autostima nel bambino che può portare nei casi più gravi ad un’incrinatura della propria identità.

Data la frenesia della vita moderna, per compensare la mancanza dei genitori, spesso vengono proposti ai bambini una pluralità di stimoli. Si sviluppa tra gli adulti l’idea errata di dover riempire ogni ora del giorno con occasioni di apprendimento. E’ così che i giovani, già da quando sono piccoli, sono portati a svolgere un’infinità di attività: andare a scuola, praticare sport, imparare la musica, avviare la conoscenza della lingua inglese… Tale eccesso può però essere controproducente e generare angoscia. La noia, che viene tanto temuta, invece è da considerarsi un momento importantissimo per i bambini, perché è proprio da lì che nasce la creatività. La monotonia può stimolare il desiderio e il gioco può implementare le facoltà di immaginazione.

Un altro fattore che favorisce il disagio adolescenziale è la fatica degli adulti a contrastare l’impulso odierno a volere tutto e, soprattutto, a non avere limiti. Anche questo atteggiamento può essere controproducente, poiché continuando a concedere, si esclude dall’orizzonte dei ragazzi l’esperienza dell’attesa, della pausa e della rinuncia. Nella società contemporanea si sta sempre di più assistendo infatti al fenomeno dell’incremento del godimento e dell’assenza del limite. Questi sono solo alcuni dei fattori all’origine del disagio giovanile che, nei casi più gravi, può prendere la forma di una vera e propria psicopatologia di ansia, dipendenza, depressione, autolesionismo, disturbo alimentare o ritiro sociale. A titolo esemplificativo una nuova forma di disagio psichico che si sta diffondendo è rappresentato dal fenomeno degli “Hikikomori”. Il nome deriva da un termine giapponese che significa “stare in disparte” e viene utilizzato per indicare chi decide di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi, alle volte anni. Rinchiusi nella propria abitazione, i ragazzi evitano qualunque tipo di contatto diretto con il mondo esterno, talvolta anche con i familiari. L’unico partner accessibile in sicurezza diventa il partner tecnologico. Solo qui sono possibili pseudo-amicizie e pseudo-legami che tutelano il proprio “Io” già fragile. La privazione diventa così un luogo di rifugio. L’iperconnessione con l’oggetto tecnologico è una modalità difensiva per sconnettersi dal legame con l’altro. Per questi ragazzi ormai la realtà virtuale ha superato quella reale.

Per uscire da queste forme di disagio bisogna innanzitutto porre l’attenzione sulla persona a livello integrale. Famiglia e scuola devono educare, oltre alle competenze tecniche, anche alle emozioni. Occorre tornare a vivere i sentimenti in toto, nella loro dimensione cognitiva ed affettiva