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L’amore ai tempi del Corona

Romanzo a puntate

Scritto a più mani dal gruppo teatrale Si Va In Scena nel periodo della pandemia

Prima puntata

Mi sono svegliato da poco e do un’occhiata alla camera in cui mi trovo. Mi alzo e dal balconcino vedo un parco e il porto canale sulla sinistra. Lo riconosco, è il parco dedicato a Fellini; il porto canale con i pescherecci ancorati mi conferma che sono a Rimini.

Rientrando nella stanza cerco qualche prova e sul comodino leggo le referenze della pensione Amarcord. Sotto c’è un portafoglio e cerco qualche altra indicazione, ma non trovo né carta d’identità né altri documenti che mi diano qualche certezza.

C’è però la foto di una ragazza dagli splendidi occhi grigi che sorride serena, conscia della sua bellezza.

Il portafoglio è gonfio e in una busta trovo quindicimila euro in tagli da mille.

Forse la colazione mi aiuterà a ricordare e con quella speranza scendo alla reception e da lì alla sala ristorante.

Il servizio è self service, ma le bevande calde vengono portate da una solerte cameriera.

Anche con lo stomaco pieno, nulla mi torna in mente; decido che forse una passeggiata mi farà bene, magari lo iodio…

Alla reception mi ricordano che ancora non ho presentato i documenti e rispondo che esco per una breve camminata sul lungomare, poi li consegnerò.

L’aria è frizzante, non ci sono molte persone in giro; bighellonando arrivo fino al fronte mare dove incontro pescherecci di ritorno.

Comincio a essere preoccupato perché la memoria nulla mi suggerisce; penso a varie possibilità.

Potrei cercare un medico per spiegargli l’imbarazzante situazione in cui mi trovo, oppure andare a una stazione di polizia per denunciare la perdita dei documenti, ma poi come risolvo il problema dell’identità?

Potrei anche entrare nella chiesa vicina e chiedere aiuto a un sacerdote.

Seconda puntata

Guardo l’orizzonte. Gli azzurri si sfiorano, tenui. Due gabbiani vocianti si alzano in volo dalla spiaggia vicina. Con gli occhi accarezzo le forme e i colori della sabbia ancora ‘tirata in secco’ a formare una collinetta, a difesa dalle ondate rapinose della cattiva stagione. Un profumo di salvia mi arriva alle narici, da terra. Mi avvicino al bagnasciuga, cammino piano lungo la riva. Mi sintonizzo sulla musica ritmica delle onde e scivolo in uno stato di benessere senza pensieri. La sabbia entrata nei mocassini mi riporta alla realtà: lo iodio non mi stimola la memoria.

A fatica giro le spalle al mare, alla sua musica, al suo invitante azzurro. Torno a camminare sull’asfalto. In pochi passi raggiungo la chiesetta un po’ affossata rispetto alla strada, sul grande viale che porta in città. Spingo il portone di accesso. Lo tiro. È chiuso. Strano, a quest’ora del mattino. Il sacrestano avrà l’influenza?

Giro intorno all’edificio, che confina, sul retro, con una grande ortaglia, ma non ci sono porte laterali.

Mi dirigo verso il centro di questa cittadina silenziosa e quasi deserta. La grande chiesa racchiusa in un vestito di marmo bianco si affaccia su una piazzetta chiara. Dall’imponenza suppongo sia il Duomo. Le due ali del portone sono aperte e fissate ai lati. Scosto un tendone rosso, come un sipario, entro. La luce intensa che piove dalle vetrate mi colpisce. Le giro le spalle per ripararmi e mi trovo di fronte agli affreschi della prima cappella. I grandi occhi grigi della ragazza, visti nella misteriosa fotografia trovata in albergo, mi fissano dall’alto. Magnetici.