Testata: CremaOnline
di Paolo Emilio Solzi
Tommaso Greco, invitato da Uni-Crema per una relazione dal titolo Mai più guerre. Un’utopia da dimenticare?, nell’incontro di mercoledì 20 maggio in Sala Alessandrini si è avvalso di alcuni saggi da lui pubblicati negli ultimi cinque anni, come La legge della fiducia. Alle radici del diritto, Critica della ragione bellica o Curare il mondo con Simone Weil. Il relatore, ordinario di Filosofia del diritto presso l’Università di Pisa e studioso di Norberto Bobbio, ha innanzitutto negato l’ineluttabilità della guerra. Ineluttabile sarebbe secondo “la grande narrazione bellicista” dei media, mentre la guerra è frutto di precise scelte. La “narrazione” argomenta nel modo seguente: la pace è teoria, è utopia. I realisti sono convinti, come Machiavelli ha ampiamente dimostrato, che gli uomini siano malvagi, egoisti, o per meglio dire “ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno” e così via. Più tardi Hobbes consacrerà tale realismo con il noto aforisma homo homini lupus: l’uomo è lupo per l’altro uomo. Chi non condivide questa visione cruda e disincantata della natura umana ritiene che questo non sia realismo, ma pessimismo. Il professor Greco è uno di questi. Perciò prosegue contestando quel presupposto, che vorrebbe far credere che la pace sia pura teoria, e negando l’intera catena di conseguenze che ne vengono tratte, anch’esse presentate come frutto di descrizione oggettiva della realtà: la storia dell’umanità è storia di guerre; le società internazionali vivono di competizione e rapporti di forza; noi europei non abbiamo la forza sufficiente; sa fare politica chi è in grado di rendersi forte; la politica è relazione amico/nemico, altrimenti ti condanni all’insignificanza. In questa visione, secondo Greco assolutamente parziale, i pacifisti sono considerati illusi utopisti o peggio ancora alleati del nemico.
Fas est et ab hoste doceri
Ma la pretesa che quella sia la realtà, per Greco, è falsa: si tratta di una parte della realtà. Poi c’è la parte che va verso il bene. Ciò che dobbiamo cambiare è il modo di guardare alla realtà. Si potrebbe citare il filosofo Roberto Esposito, che nel saggio Kaos, composto insieme a Massimo Cacciari, riprende il detto di Ovidio fas est et ab hoste doceri: “è lecito imparare anche dal nemico”. E commenta: “la realtà può essere, e anzi va, guardata da angoli di visuale opposti, dal momento che perfino i punti cardinali non esistono che l’uno in rapporto all’altro, cosicché Mosca è occidentale per Pechino quanto Pechino occidentale per Tokyo”. Lo scrittore israeliano David Grossman, da parte sua, critica il modo israeliano di coniugare la pace solo al futuro. La pace è l’origine, il principio, ed è l’altra faccia della realtà. La pace non è solo da costruire, ma da curare. Noi stessi viviamo nella pace, ma abbiamo in testa continuamente che siamo in guerra.
Il problema dell’origine
A questo punto il professor Silvano Allasia, che si è assunto l’ingrato compito di avvocato del diavolo, obietta: ma se si legge la Bibbia, all’origine Caino uccide il fratello Abele. E i Greci muovono guerra a Troia, una guerra di dieci anni che tutti abbiamo imparato a conoscere leggendo l’Iliade. Quali riferimenti abbiamo invece per la pace? Tommaso Greco risponde che anche l’origine dell’Europa è la guerra: quella che i Greci vinsero contro i Persiani a Maratona. Ma questa Europa ha a che fare con il passato, poi l’Europa è rinata quando ha deciso di dire “basta guerra”. Si pensi all’accordo tra Germania e Francia per il carbone e l’acciaio. Il meglio dell’Europa non è la guerra, sono i diritti. E nell’Iliade, il poema della forza secondo Simone Weil, escono sconfitti sia vincitori che vinti. Sant’Agostino, rispondendo alle accuse rivolte ai cristiani (“hanno fatto cadere l’Impero romano”), ribatte che anche all’origine di Roma c’è stato un fratricidio: Romolo ha ucciso Remo. È vero, ma c’è anche la lupa che allatta i due fratelli. Perfino Gesù, oltre che da Maria e Giuseppe, è stato accudito da un asino e un bue. Quale è allora l’origine? Il nostro è anche il mondo di Abele, della pace, della bellezza. Il professor Allasia incalza: il cosiddetto pacifismo giuridico non nega l’uso della forza. Che cos’è la difesa comune per l’Europa? Qui Greco risponde citando il Papa: “è sbagliato chiamare difesa un riarmo che aumenta tensioni”. La pace è stabilire regole nei rapporti umani. La scuola deve insegnarlo, e diventare scuola di pace. Il diritto è relazione fra persone. Non è solo verticalità, ma anche relazione orizzontale, cooperazione fra Stati. Il ruolo dell’Europa è essere presidio di libertà e democrazia, cercando di sostenere quei processi in cui la democrazia stenta a realizzarsi.
Guerra e pace
L’ultima domanda di Allasia riguarda il significato dell’articolo 11 della Costituzione, recentemente citato nello scenario geopolitico a proposito dell’invio di armi a Paesi belligeranti. Così recita l’articolo: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. La risposta di Greco in sostanza è che l’articolo, letteralmente, si concentra sul ripudio della guerra e sul perseguire un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni: niente di più, niente di meno.