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La pace non è una chimera. Il filosofo Tommaso Greco ha presentato a Crema la sua “critica della ragion bellica”

Testata: Il Nuovo Torrazzo

La scorsa settimana il filosofo Tommaso Greco, invitato da Uni-Crema, ha presentato a Crema il suo libro Critica della ragion bellica.

Il testo ha un cuore pulsante: la pace è un “princi­pio originario”, confermato dal riconoscimento delle scienze umane dell’originarietà delle funzioni sociative della specie umana, con le conseguenti strategie per vivere insieme. La praticabilità della guerra deriva soltanto dalla negazione della pace come principio. Essa invece è una risorsa reale, attiva o comunque riattivabile. Condizione: sapere che è a disposizione. Non è una meta finale, che sempre ci sfugge. La pace è come la fiducia nel prossimo, la viviamo tutti i gior­ni, anche se ci appare più evidente il caso avverso.

Serrata, poi, la discussione con le contestazioni più ricorrenti.

  • Inevitabilità della guerra perché è la natura uma­na che è bellicosa. Ciò che sembra inoppugnabile, in realtà si fonda sul far passare la parte peggiore della realtà (eccidi, soprusi, stermini) come se fosse l’inte­ra realtà, accettando tra l’altro una visione determi­nistica della storia, che nega libertà e responsabilità dell’agire umano.
  • Diritto internazionale fallimentare, perché privo di forza coercitiva. L’autore critica una lettura pu­ramente formale dei fatti giuridici, come regole che rimandano a sanzioni. Essi invece disegnano una struttura di coesistenza e reciproco riconoscimento, ossia un indispensabile spazio di relazione tra le parti in cui gestire anche i conflitti.
  • Solo le armi o la minaccia di scatenare una forza che può mettere in ginocchio il nemico, può garantire la pace e la sicurezza. Da quanto detto sopra discen­de invece che la guerra è accettabile solo nei tempi ristrettissimi della legittima difesa e pur sempre nella convinzione che la forza possa essere li ri­corso alla forza di uno Stato contro l’altro si configura solamente come illecito o sanzione internazionale.
  • Bisogna guardarsi dall’entrare nel circolo vizioso sfiducia-paura-riarmo.
  • Pacifismo astratto, non si fa carico dei contesti concreti dei conflitti. A ciò il volume risponde con la proposta del “pacifismo giuridico”, quale soluzione mediana, vantaggiosa, quanto a “capacità di riso­luzione” da un lato e “realizzabilità” dall’altro. Quel particolare realismo politico che crede che la guerra ineluttabile è realizzabile ma non risolutiva, mentre il pacifismo etico radicale è risolutivo ma non realizza­ Il pacifismo di Greco, invece, è in grado ‘di creare una giurisdizione che possa affrontare e dirimere i contrasti prima che essi sfocino in una guerra.
  • La Corte Internazionale di Giustizia, la Corte Pe­nale Internazionale e l’Istituzione negli ordinamen­ti democratici delle corti costituzionali mostrano come attraverso il diritto si possano costruire “cose nuove”.
  • Pacifismo colluso con il tiranno di turno. Falso, ribatte Greco: in realtà non fare la guerra al tiranno non vuoi dire non lottare, non resistergli (non legit­timandolo, sostenendo l’opposizione e organismi in­ternazionali).
  • “Pacifismo nemico dell’Occidente e dei suoi valori liberaldemocratici”. Le fonti su cui Greco costruisce la sua posizione esibiscono il contrario, mentre i veri affossatori sono coloro che cavalcano visioni politi­che autocratiche. Infatti, nel clima mondiale attuale, assistiamo allo scivolamento di tanti governi demo­cratici verso forme autocratiche: superando i limiti dei mandati, erodendo la separazione dei poteri, esautorando i parlamenti, attaccando la magistratu­ra, l’autonomia delle università e dei centri di ricerca, in funzione dell’allineamento dei vari poteri con chi ha vinto le elezioni.

Se la democrazia arretra, anche la politica estera si polarizza sul ricorso alla forza e non al diritto. Se resta in campo solo l’autorità della forza, ne restere­mo prigionieri. Tra Trump e Putin, anche l’Europa sì è fatta risucchiare in una logica sempre più lontana dai suoi principi ispiratori.

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